Young Syrian Lenses due anni dopo

8 gennaio 2016

Esco di casa a Bruxelles, sono le sette del mattino, non si vedono neanche le prime luci dell’alba ancora e, nel freddo, mi affretto tra gli ultimi reduci del sabato sera verso la Gare du Nord: direzione Marheeze, Olanda meridionale, verso la Nassau-Dietz Kazerne dove si trova, con altre migliaia di altri connazionali, anche il mio amico Karlo (è un nome inventato per proteggere la sua privacy – protagonista del documentario che ho realizzato nel 2014 Young Syrian Lenses -, arrivato due mesi fa da Aleppo e dove ora risiede in attesa di ricevere l’asilo politico.

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Il poster di Young Syrian Lenses ©Ruben Lagattolla e Filippo Biagianti, in fondo Enea Discepoli, il fotografo che mi ha presentato i media-attivisti.

La caserma, molto pulita ed ordinata, con grandi aree verdi, è stata completamente adibita a centro di accoglienza per rifugiati Siriani, Iracheni, Afghani ed Eritrei. Arrivo alla sbarra alle 10.30 dove mi accolgono dei poliziotti. Nell’attesa parte la conversazione sui migranti, quando dico che grazie a dio Geert Wilders non è al governo, una delle due guardie storce il naso, ma intanto da lontano ecco che arriva il mio amico…

Karlo si presenta pallido, stanco e un po’ ingrassato, ma sempre con lo stesso sorriso di chi non si arrende. Ci abbracciamo forte: sento il suo odore, lo guardo negli occhi, per un attimo rifaccio un tuffo in quei dieci giorni passati ad Aleppo.

– Ma ti sei appena svegliato?
– “Non ho niente da fare qui, non possiamo lavorare, non c’è niente intorno”.

Ci avviamo verso la sua stanza.

Lungo il tragitto gli chiedo subito come sta sua moglie: so che è incinta ed ha soltanto sedici anni, l’ho scoperto mentre seguivo i suoi spostamenti dalla Siria fin qui. Lui dice che sta bene, è quasi al terzo mese di gravidanza: “A sedici anni qui essere sposati è un problema, in Siria è normale, ma il nostro matrimonio qui non è valido. Arrivare in Olanda da sola a sedici anni è un problema; se aspetti un bambino, il problema non c’è più!”

poi continua:  Mio fratello è morto, i miei amici sono morti, tanti siriani sono stati uccisi nella guerra, dobbiamo ricostituire il popolo. – Mi dice sorridente.

Appena entriamo in stanza, gli chiedo di raccontarmi nei dettagli del loro viaggio fino in Olanda:
Il passaggio clandestino che attraversaste tu ed Enea (il 30 aprile 2014) non è più attraversabile, così come molti altri che erano aperti al tempo. A ottobre (2015), abbiamo passato quattro giorni sulle colline intorno al confine, ogni volta i soldati turchi ci vedevano e noi dovevamo tornare indietro. Sparavano in aria per spaventarci. Al quarto giorno io, mia moglie, sua sorella e il marito (che sta lì con noi a farci da interprete), superiamo il confine, sempre nella zona di Reyhanli.

Ma poco dopo i militari turchi li trovano e questa volta li prendono in custodia:

Ci hanno tenuti fermi per più di ventiquattro ore in una tenda con altre 1500 persone. Non ci hanno dato né acqua, né cibo, né la possibilità di andare in bagno. Poi ci hanno riportati in Siria, questa volta però in un’altra zona, ci hanno lasciati ad Al Janoudiyah, vicino Latakia, a meno di 20Km da Qasab dove ci sono le forze dell’esercito regolare di Assad.
Ma noi ci abbiamo riprovato, abbiamo camminato superando a piedi otto colline da quella zona e siamo ripassati, e ci hanno respinti di nuovo, questa volta con i gas lacrimogeni. Al terzo tentativo ce l’abbiamo fatta, siamo passati senza problemi e siamo rimasti nascosti in una stalla: dal confine ci hanno trasportati fin là a bordo di un camioncino piccolissimo con almeno altre cinquanta persone.

Aleppo, Reyhanli, Al Janoudiyah

Evidenziate: 1 Aleppo, da dove sono partiti. 2 Reyhanli: la prima zona di confine che Karlo e gli altri hanno tentato di attraversare le prime due volte, la stessa che io ed Enea Discepoli attraversammo nel 2014. 3 Al Janoudiyah, a 20Km dalle linee del regime, dove i turchi li hanno riportati dopo la terza volta e da cui sono finalmente riusciti ad entrare in Turchia all’ultimo tentativo.

passaggi_turchia_samos

Poi con un pullman di linea siamo arrivati vicino Izmir – presumibilmente a Guzelçamli – e lì ci siamo fermati in una pensione per qualche giorno. Nel frattempo abbiamo chiamato dei nostri amici che avevano già percorso quella tratta prima di noi e abbiamo contattato il trafficante di riferimento, un curdo siriano. Ci siamo dati appuntamento per la strada, la sera, e per 900 Euro a persona ci ha fornito il gommone, i salvagente e la benzina per fare i quattro chilometri di mare che separano la Turchia dall’isola greca di Samos, eravamo una ventina a bordo. Lo scafista però era un rifugiato siriano come noi, in cambio della guida non ha dovuto pagare niente.

Il viaggio in motoscafo è stato terribile – continua Karlo – sono quattro chilometri di mare, percorsi in circa quattro ore. Cerco di capire meglio: durante la navigazione la terra è sempre visibile, sia alle spalle sia di fronte, e per me che vengo da una città di mare, non sembra impegnativa. Mi spiega che hanno provato a partire di notte, verso le due, ma dopo un quarto d’ora sono dovuti tornare indietro, perché il mare era troppo mosso. Poi sono ripartiti verso le sei del mattino, e verso le undici sono arrivati.
Il gommone si è bucato proprio quando siamo arrivati sulla spiaggia, noi non sappiamo nuotare, al mare non ci siamo mai andati prima.

Dalla Turchia alla Grecia, è solo questione di territori, le barriere sono burocratiche, non fisiche.

4 Km di mare possono sembrare facili da attraversare. Ma percorsi di notte, con il mare mosso, il motoscafo sovraccarico e nessuna esperienza di mare, le cose si complicano.

Da Samos poi [dei cooperanti] ci hanno portati sulla terraferma, siamo andati in treno fino in Macedonia, poi Serbia, Croazia, Slovenia, Austria – il primo paese dove ci hanno fatto fare una doccia -, poi in Germania ed infine siamo arrivati in Olanda, ma non lo abbiamo deciso noi dove andare.

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Abbiamo deciso di lasciare la Siria quando l’ISIS è arrivato a 15 chilometri e l’esercito regolare a soli 5 chilometri da Aleppo Ribelle, sulla Al-Kastillo road – l’unica via di accesso ad Aleppo ribelle, fondamentale per il traffico dei rifornimenti alimentari; carburanti per i trasporti, ma anche per i generatori di corrente che servono per il riscaldamento e per estrarre l’acqua dai pozzi d’acqua; per le munizioni. La stessa strada che percorremmo nel 2014 per arrivare da loro.

I due cerchi rossi indicano la posizione approssimativa dell'esercito del regime siriano (a circa 5Km da Aleppo) e dell'ISIS (a circa 15Km da Aleppo). Entrambi gli eserciti erano e tutt'ora sono interessati a sfondare l'accesso ad Aleppo.

I due cerchi rossi indicano la posizione approssimativa dell’esercito del regime siriano (a circa 5Km da Aleppo) e dell’ISIS (a circa 15Km da Aleppo). Entrambi gli eserciti erano e tutt’ora sono interessati a sfondare l’accesso ad Aleppo.

 

 

Vogliono farci morire come stanno facendo a Madaya, per questo siamo scappati. La Rivoluzione è fallita da quando è stato proclamato lo Stato Islamico di Iraq e Siria. Da allora ci hanno trasformati tutti in terroristi, così la coalizione internazionale vincerà la guerra: ammazzandoci tutti.

Il nostro problema maggiore, (dal punto di vista della guerra sul campo ndr), non è mai stato l’ISIS, e nemmeno Jabhat al Nusra, anche se tutti sapevamo che in futuro lo sarebbero stato. Il vero problema è sempre stato il regime di Assad. Del male che fanno loro, l’ISIS non ne fa un decimo. Ma con il sostegno a Daesh, sono stati diabolicamente geniali, perché permettendo loro di creare uno stato, hanno fatto in modo di creare anche dei suoi derivati. In qualche maniera hanno fatto diventare logico che noi siamo dei terroristi secondo la formula: “Se sei vicino allo Stato dei terroristi, un po’ terrorista devi esserlo anche tu”.

Ad Aleppo la gente lo sa come si vive a Raqqa, le voci corrono, le condizioni sono buone. Il cibo non manca, non ci sono militari in giro, c’è solo la polizia. Se sei musulmano e siriano, sai come devi comportarti per non avere problemi; mi rendo conto però che per un occidentale è inconcepibile.

Per noi che veniamo da lì, la gente nei territori dell’ISIS non è ISIS, intendo i civili. Ma la coalizione internazionale uccide quasi solo civili. Mio fratello è stato ucciso da un drone americano, era un mercante di tessuti e l’hanno colpito mentre era in macchina vicino ad un grande bazar che si trova al confine tra il Free Syrian Army e l’ISIS. La maggior parte del nostro approvvigionamento arriva dall’ISIS, in particolare il carburante. Le armi arrivano per lo più dalla Turchia invece.

Al Bab è una città con un enorme mercato all'ingrosso. Nel 2012 è stato preso dallo Stato Islamico. Rimane comunque un importante punto di approvvigionamento per i mercanti e attivisti della Aleppo difesa dal Free Syrian Army.

Al Bab è una città con un enorme mercato all’ingrosso. Nel 2012 è stato preso dallo Stato Islamico. Rimane comunque un importante punto di approvvigionamento per i mercanti e gli attivisti della Aleppo difesa dal Free Syrian Army.

Ti ripeto, per noi il problema non è l’ISIS, ma il regime, anche se ormai non c’è nemmeno più l’esercito siriano, ci sono la Russia, l’Iran, gli Hezbollah libanesi etc.

Daesh era ad Aleppo già dall’inizio della Rivoluzione, si chiamavano semplicemente Stato di Iraq e Siria (senza la parola Islamico ndr), e non erano così potenti, erano tutti di nazionalità Siriana ancora, sotto Al Qaeda. Loro con Jabhat Al Nusra venivano chiamati semplicemente “Qaeda“. Poi è cambiato qualcosa e hanno cominciato a combattere contro il Free Syrian Army.

Quando se ne sono andati da Aleppo, hanno ucciso tutti i prigionieri che avevano, erano principalmente degli attivisti che avevano arrestato nei mesi precedenti.

Quando lo Stato di Iraq e Siria (successivamente Stato Islamico di Iraq e Siria) si libera di tutti i prigionieri che aveva. Erano tutti media-attivisti per un governo democratico della città.

Quando lo Stato di Iraq e Siria (successivamente Stato Islamico di Iraq e Siria) si libera di tutti i prigionieri che aveva. Erano tutti attivisti per un governo democratico della città. ©Karam Al Halabi

Secondo me è per questo che chi viene da Aleppo aspetta il doppio degli altri per ottenere l’asilo politico, perché devono controllare se sei dell’ISIS o no. Ma io, se fossi un occidentale, mi preoccuperei di più di avere in casa degli ex soldati o agenti del Mukhabarat del regime di Assad. Quelli dell’ISIS sono dei bravi film-makers, vogliono farci sembrare tutti terroristi, ma non uccidono le donne e i bambini dei loro nemici, li sequestrano, che è comunque un male, ma non come quello di Assad. Il regime uccide tutti e poi gli da fuoco, torturano a morte i prigionieri e poi uccidono tutti coloro di cui ottengono i nomi. L’ISIS non esegue gli stupri di massa che esegue il regime. Una volta abbiamo trovato una donna che girava nuda per Aleppo, non si è mai ripresa… L’hanno violentata in dieci nella zona del regime e poi l’hanno rimandata qui a piedi senza vestiti. Ma di storie del genere ne avrei a centinaia da raccontare.

E’ bene chiarire che qui Karlo si sta riferendo alla sua personale esperienza di Aleppo ed al rapporto che l’ISIS può avere con civili di religione musulmana sunnita. Ciò che è stato fatto con gli Yazidi ed i Cristiani in Iraq è sporco della stessa brutalità. Resta il fatto che il numero di vittime causato dal regime siriano, soltanto dall’inizio della guerra, supera di gran lunga quello causato dall’ISIS. (http://www.sirialibano.com/siria-i-numeri-della-guerra) (http://www.sirialibano.com/siria-2/donna-raqqa-isis-terrore-asad-non-alternativa.html)

La giornata si avvia alla conclusione, guardiamo insieme le sue foto, a breve organizzeremo una mostra itinerante dove cercheremo di vendere alcune stampe per sostenere economicamente lui e sua moglie. Nel frattempo gli chiedo come stanno alcuni personaggi che incontrai nel 2014, per fortuna sono tutti vivi ancora. Uno di loro, che racconta un episodio nel documentario si unito all’ISIS.

abu aukba

Ho intervistato Abu Aukba ad Aleppo quando faceva parte del FSA nel 2014. Nel 2015 si è unito all’ISIS. All’inizio ha cercato di coinvolgere anche Karlo, quando ha visto che non gli interessava, lo ha minacciato di morte, chiamandolo “Sahamat”, apostata.

Altri sono finiti in Svezia, in Germania, alcuni però sono rimasti ad Aleppo a raccontare la guerra.

Mentre scorriamo le ultime fotografie sul computer vedo un po’ di bandiere nere, che ormai sono diventate come un logo per l’ISIS, e mi faccio spiegare meglio:
L’ISIS ci ha spogliati della nostra identità culturale e l’ha trasformata in qualcosa di falso e orrendo. Sulla bandiera nera che Daesh mostra c’è scritto: “Non c’è Dio all’infuori di Allah, e Mohammed è il suo Profeta”, niente di più semplice! C’è sempre stata quella bandiera in Siria, nelle scuole, nei palazzi, nelle case, ora però loro se ne sono appropriati, mostrandola come il loro logo nelle loro pubblicità, così siamo diventati tutti marchiati.

Per noi non ha mai rappresentato niente di male, e questo lo sa chiunque in Medio Oriente.

Di seguito le fotografie di una festa in una scuola ad Aleppo Ribelle, una scuola che ho filmato anche io nel 2014, le bandiere nere sono presenti.

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E’ ora di andare, ci salutiamo. Io, forse preso da una pietà più cristiana della sua, con una casa vera che mi attende, mi commuovo più di lui. Ci vediamo presto amico mio.

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